Totò insieme a Giacomo Furia e Peppino De Filippo ne La banda degli onesti

Totò: La banda degli onesti (1956)

locandina, la banda degli onesti

locandina, la banda degli onesti

La banda degli onesti è un film commedia del 1956 diretto da Camillo Mastrocinque, avente come protagonisti Totò, Peppino De Filippo e Giacomo Furia.

Ideata, scritta e sceneggiata da Age e Scarpelli, la pellicola consacrò il sodalizio artistico di Totò e Peppino, ed è indubbiamente una delle opere più rappresentative del loro cinema.

Trama

Antonio Bonocore, portiere di uno stabile di Roma con una moglie tedesca, si trova per caso ad assistere il signor Andrea, un anziano inquilino che, prima di morire, gli rivela di essere in possesso di una valigia con all’interno alcuni cliché originali della Banca d’Italia, di cui egli era stato a lungo dipendente, nonché della carta filigranata per stampare le banconote da 10.000 lire. Il signor Andrea aveva rubato questo materiale con l’intenzione di “vendicarsi” del fatto di essere stato “messo da parte” (cioè mandato in pensione con 28.000 lire al mese, una cifra alquanto bassa per una pensione dell’epoca) e fabbricare soldi falsi ma non aveva mai avuto il coraggio di riuscire nel suo intento, pertanto chiede a Bonocore di buttare nel fiume la valigia distruggendone così il contenuto.

Bonocore però sta attraversando un brutto periodo: persona fondamentalmente onesta, si è rifiutato di diventare complice del ragioniere Casoria, il nuovo amministratore del condominio, che gli aveva proposto di effettuare una serie di operazioni truffaldine ai danni del condominio medesimo, e per tale ragione è sotto minaccia di licenziamento. Egli così decide di non distruggere la valigia, ma ignorando le tecniche di stampa delle banconote, per produrre i pezzi da 10.000 si vede costretto a chiedere la collaborazione del tipografo Giuseppe Lo Turco e, successivamente, del pittore Cardone, tutti e due variamente indebitati come lui.

Facendo leva sui bisogni economici dei suoi compari, organizza delle furtive ed esilaranti riunioni notturne per dar vita a una banda di falsari.

in tipografia

in tipografia

I tre riescono a stampare le banconote e a “spacciarne” una in un bar notturno, ma le cose si complicano quando Bonocore scopre che suo figlio maggiore Michele, brillante finanziere in carriera da poco trasferito a Roma, sta seguendo una delicata indagine relativa proprio alla realizzazione di una partita di banconote false.

Dopo aver sentito alcuni particolari raccontati di Michele, nonché discorsi vagamente allusivi da parte del Maresciallo della Finanza, capo di suo figlio, venuto a trovarlo a casa, vedendo la polizia andare a perquisire la tipografia di Lo Turco (trovata chiusa), e notando strani cambiamenti nel modo di vestire dei suoi “soci” (Lo Turco con scarpe nuove e costose, Cardone con un nuovo paltò), Antonio si impressiona molto e teme di essere scoperto, con l’aggravante che tutto ciò, essendo egli padre di un finanziere, possa costare il posto al figlio. Pertanto prega i suoi compari di non spendere più un soldo, e di disfarsi subito dell’attrezzatura, sotterrandola fuori città.

Il figlio, di passaggio dopo aver fatto un giro con Marcella, la figlia di Lo Turco della quale è innamorato, vedendo casualmente questa strana sepoltura, chiede al padre cosa stia facendo. A Cardone, presente anch’esso, non viene in mente di meglio che dire che stanno sotterrando Mustafà, il barboncino di Bonocore, rimasto sotto una macchina. Antonio è pertanto costretto a sbarazzarsi del cane, e non avendo il coraggio di ucciderlo, lo abbandona sulla strada, legato a una pietra miliare (una “pietra emiliana”, come pronunciato da Totò nelle sue frequenti deformazioni linguistiche). Mustafà però si libera presto e ritorna a casa da sé, proprio durante una visita del Maresciallo, che nota nel portiere uno strano imbarazzo.

Antonio, sentendosi ormai braccato, matura l’idea, che espone a Lo Turco, di farsi arrestare proprio da Michele: un figlio che arresta il padre – egli spiega – non solo non lo cacciano, ma lo promuovono, e diventa un esempio per tutti i suoi colleghi.

Decide perciò di mettere in pratica il suo progetto recandosi di persona in caserma per farsi arrestare dal figlio, il quale crede che voglia scherzare. Ma dopo aver sentito dal Maresciallo che l’indagine seguita da Michele si è chiusa con l’arresto di una banda di falsari professionisti (“Abbiamo arrestato il tipografo!” “Lo Turco?” “No, lo Svizzero! Si faceva chiamare così.”…) e che il biglietto da lui spacciato era stato sì identificato, ma non era uno di quelli prodotti dai tre, bensì il campione usato, falso anch’esso e cedutogli da un usuraio, certo Pizzigoni, sta quasi per svenire.

Scopre poi che nessuno dei suoi soci aveva avuto il coraggio di spendere una sola delle banconote fabbricate (Lo Turco si era fatto prestare i soldi da un compare, Cardone aveva usato i soldi che la sua “mammina” teneva sotto il materasso).

« – Ci siete per un falò?
– Eh?
– Per un falò.
– No io ho mangiato adesso, me metto un falò sullo stomaco, no…
– Che avete capito, un falò di fiamme!
– Ah un falò di fuoco!
– E che d’acqua…?
– E chi lo falà, e chi lo falò? Dove si farà, dico.
– Lo faremo là, dove sta sotterrata la valigia. »
(Lo Turco e Bonocore)

I tre, ritrovata la tranquillità, decidono di distruggere tutte le banconote false e la valigia con i cliché, allestendo un falò; come gag finale, Bonocore si accorge (troppo tardi) di aver buttato tra le fiamme, nella foga, anche la busta contenente il suo stipendio.

Produzione

La banda degli onesti venne girato nel gennaio del ’56. È il primo film in cui la coppia Totò – Peppino esplode in tutta la sua comicità, famose le storpiature del cognome della vittima – partner Lo Turco (Lo Sturzo, Turchetti, Gianturco, Lo Turzo, Lo Struzzo) che saranno poi ripresi in film successivi.

La scena dei tre protagonisti nella tipografia, che viene girata con la caratteristica velocità delle comiche americane, è un’idea dello stesso Totò.

Totò riprese il nome “Bonocore” anche in un personaggio nel film Totò diabolicus, del 1962.

Incassi

L’incasso della pellicola all’epoca è stato di ₤ 388.846.000. Gli spettatori sono stati 2.603.938.

Critica

A differenza del pubblico, la critica non fu tutta favorevole col film, come con la maggior parte delle pellicole interpretate da Totò. Ma il gradimento degli spettatori ne ha col tempo aumentato il successo, trasformando La banda degli onesti in un classico dei film di Totò.

« Nel panorama non troppo consolante dei nostri film comici, questa pellicola merita una menzione onorevole. Spigliata, briosa, dotata di un dialogo vivace e di qualche genuina trovata, la storia corre diritta all’onesto scopo di suscitare risate. »
(Vice, Il Messaggero, 13/4/1956)

« Muse napoletane, abbiamo tante volte mangiato cocomeri o lupini insieme, aiutatemi a dire tutto il male e tutto il bene possibili di Totò. Chi è più attore e meno artista di lui? Chi, se non Totò, è l’unico, il massimo denigratore che Totò abbia, l’ospite furtivo, il cugino povero, il visitatore umile, frainteso, balbettante, di se stesso? Chi, o lacere e fulgide Muse napoletane, si inganna, si disconosce, si rinnega più del nostro impareggiabile conterraneo Totò? Poteva, il Creatore dei Petito, degli Scarpetta, dei Viviani, dei De Filippo, realizzare con maggiore talento e con maggiore impegno un lavoretto come Totò? Egli, l’Apollo indigeno (mi permettete di figurarmelo anziano, grigio, arruffato come un “solachianiello”, ovverosia come un ciabattino, di Materdei? Gli mettiamo sulle ginocchia un domestico e rognoso mandolino, invece della mitica lira, e siamo a posto, vedeva lontano, chilometri e chilometri, sulla via del comico. »

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