Totò 50, un mito senza tempo

La domenica pomeriggio le famiglie napoletane usavano riunirsi nelle case dell’una o dell’altra, e là chi suonava la chitarra, chi diceva la poesia, e chi cantava. Erano riunioni per bene, niente pomiciamenti. I giovanotti guardavano le ragazze, gli tenevano la mano, si innamoravano. Non le schifezze di oggi.

E così si passava il tempo divagandosi. Io facevo scenette comiche, per gioco. Fu in quel modo che cominciai. Finché mi presi la cotta per la sciantosa e mi buttai». A parlare è Antonio de Curtis, in arte Tòtò, in una delle tante interviste in cui parlava della sua vita. Questa, rilasciata a Silvio Bertoldi, è inclusa nel volume “Totò” di Franca Faldini e Goffredo Fofi. La prima per lunghi anni compagna amatissima del “principe”, il secondo studioso tra i più attenti ed acuti del suo lavoro

Sterminata miniera di informazioni la pubblicistica che ha accompagnato tutta la vita di Totò, è labirinto meraviglioso in cui si danno il cambio con disinvolta alternanza verità e pura invenzione verosimile. Tanti sono stati gli esegeti di questo attore strepitoso e popolarissimo. E sarebbe bello se, cogliendo l’occasione di questo anniversario, questo bel libro, fonte di notizie preziose, fosse ripubblicato.

Per la gioia dei “totoisti” certo, che sono tanti, e dei tanti curiosi che nel mondo dello spettacolo trovano spunti di riflessione e sapere. Non fu facile la vita di quel ragazzo smilzo e male in arnese; povero era nato, e senza un padre che gli desse il cognome. Alla nascita si chiamò infatti Antonio Clemente, figlio di Anna Clemente. Giuseppe de Curtis, marchese di pochi quattrini, lo riconoscerà soltanto trent’anni dopo. Ma il giovane Totò era simpatico e affamato, si lanciava alla conquista del mondo con l’allegria della disperazione, aveva conosciuto bene la miseria «copione della vera comicità » senza di cui è impossibile far ridere lui ci riusciva, con la sua scarna allegria e la misura certa che gli dava il teatro.

Seduto sulle panche popolari del teatro Eden, giù al Rettifilo, studiava il gioco feroce di Gustavo De Marco, macchiettista popolarissimo, che mandava in delirio il suo pubblico con la sua mimica prodigiosa e il gioco audace del più scurrile doppio senso. Il giovane Totò non gli toglieva gli occhi di dosso. Apprendeva l’altalena sapiente della conquista del pubblico, della seduzione senza logica, della passione trasgressiva e sorridente. Voleva fare teatro. Tradì le attese della famiglia che lo volevano arruolato in Marina, e con gli amici di quegli anni avventurosi e scomodi si avviò per le strade complicate dei piccoli teatri di provincia a fare le “recite staccate”. Ad Aversa, Castellammare, Torre del Greco, il sabato e la domenica. Divertire sempre altrimenti non c’era non dico futuro, ma neanche presente.

Quegli spettatori era esigentissimi. Tempi perfetti o via dal palcoscenico. Battute fulminanti o fischi e maleparole. Il comico non conosceva risparmio. Logico che con quella scuola il sapere interiore di Totò si affinava. Il suo gusto personalissimo, la sua faccia bizzarra, il suo orologio interiore, la sua eleganza di povero che voleva essere capace di conquistare il cuore delle belle soubrette non meno che quello delle giovani spettatrici dovevano funzionare alla perfezione. Un comico doveva far ridere, e tanto. Ma doveva anche proporre un talento nuovo, fare in modo che il pubblico potesse avere il gusto della scoperta. Antonio de Curtis in arte Totò si mise d’impegno a costruire il proprio personaggio. Partendo da Napoli, il frac striminzito, la bombetta sul capo, il desiderio di essere elegante con quella sua faccia strampalata, il naso storto e il mento lungo.

Con il gesto dinoccolato e sconnesso dal meccanismo inceppato, con lo sguardo impertinente dalle pupille roteanti, con la battuta feroce e irresistibile in cui un modernissimo non sense faceva piazza pulita di tanta comicità plebea sparsa tutt’intorno da attori di seconda fila. A Napoli al Nuovo, a Roma alla Sala Umberto, a Milano al Trianon, a Torino al Maffei, tra rivista e varietà, con pochi mezzi, tanti sogni e belle idee da mettere in campo. Spettacoli per farsi le ossa, per diventare qualcuno. Passato il tempo del Bel Ciccillo, del Gagà, del Pinocchio che lasciarono il segno, vennero i duetti irresistibili, e i giochi più complessi delle riviste con le battute scritte apposta per lui.

Battute da far crescere, da contraddire, da trasformare in tormentoni mozzafiato, da fare entrare di prepotenza e per sempre nel lessico di una generazione e di quelle a venire. Un teatro che forma il personaggio Totò e si forma sul suo grande talento, prendendo il suo corpo come dimensione surreale d’invenzione. Teatro come passione grande, meglio del cinema, perché è in teatro che «si diventa una cosa sola con il pubblico » mentre invece al cinema «ci sono solo uomini che lavorano e la macchina da presa che ti lascia solo». Meglio insieme al suo pubblico, meglio sul palcoscenico dove la battuta può trasformarsi e crescere sera dopo sera, insieme alla “spalla” che, come il fedele e geniale Mario Castellani, ne sapeva esaltare la fantasia impertinente.

Ma il cinema lo chiamò, e fu invito irresistibile. Vi entrò disinvolto, portandosi dentro tutto quel gran sapere accumulato e sicuro. Costruendo con paziente sapienza quel gran patrimonio d’immagini che oggi è felicità quotidiana per chi in teatro non lo vide. E se non ci fossero forse stenteremmo a ricordarci di lui.

Repubblica

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