Cent’anni fa nasceva il terzo dei 16 figli della più numerosa e assortita tribù del teatro italiano. Ma spopolò anche nel cinema.
Accadeva cento anni fa. La bella Antonietta Gravante, figlia di circensi di Marano, era stata in scena a duettare con il marito Mimì Maggio fino al calar del sipario. La riduzione di un antico drammone popolare, interpretato da Mimì, dalla stessa Antonietta e da un nugolo di attori semisconosciuti, si concludeva sempre con l’esibizione del duo che, accompagnato da un’orchestrina, si producevano in macchiette, trionfo del doppio senso e, per il finalissimo, la scena era tutta sua, dell’aitante Mimì, bella voce da castagnaro della scuderia Bideri. Antonietta si era, intanto, già ritirata in camerino per allattare Enzo, poco meno di un anno, secondogenito dopo Beatrice nata sei anni prima.
Quando Mimì, dopo aver dato appuntamento ai suoi compagni di scena per l’indomani nello stesso teatro alla Ferrovia rientrò in camerino, Antonietta non gli diede nemmeno il tempo di cambiarsi: «Mimì, sta arrivando, portami subito a casa sennò finisce che lo faccio qui». Il tempo di arrivare al corso Meridionale, su una carretta trainata da un cavallo e nasce Beniamino: 6 agosto 1907. Terzo dei 16 figli della più numerosa e assortita tribù del teatro italiano, nato per un soffio a poca distanza dalle tavole che per 75 anni saranno la sua seconda pelle, l’amore per il palcoscenico già nella cellula madre. Debutta ufficialmente - stando alla testimonianza del fratello Enzo - all’età di sette anni, nel 1913, quandò papà Mimì è in grigioverde e i figli sono già 5; andavano a cantare in osterie, ai matrimoni, ai battesimi e mammà raccoglieva monetine e si compiaceva per gli applausi a Beatrice, Enzo, Beniamino, Dante e a quella «cartuscella» di Giustina detta Pupella, tanto era minuta.
«Bambino facevo il cantantino», raccontò una volta Beniamino, «perché avevo una discreta voce; il mio pezzo forte era ”Canzone garibaldina” che facevo nella compagnia di papà dove c’era Mastracchio. Adolescente non mi ritrovai più la voce e cominciai a fare il ballerino acrobatico nel varietà. Non avevo ancora un ruolo ma feci in tempo a perdere l’uso di una gamba perché me la ruppi malamente scivolando per la caduta dalla collana di una ballerina sul palcoscenico, a Taranto. Il comico era Enzo, bravissimo soprattutto nell’imitare Ridolini, cominciai a fargli da spalla. Un giorno non venne a lavorare perché aveva la febbre alta e l’impresario mi nominò comico all’istante. Quando Enzo tornò in teatro diventò la mia spalla e così andammo avanti per anni, anche nella compagnia di Mimì Maggio dove spesso c’eravamo tutti i figli, anche Pupella che faceva la ballerina».
Ma è la sceneggiata il terreno sulla quale Beniamino si forma, con la compagnia di Mimì, pioniere del genere con Roberto Ciaramella e Silvia Coruzzolo; poi quella di futuri maestri che si chiamano Girard, Cafiero, Fumo, Amodio, Ciccillo Rondinella. Va forte nei fuori programma, soprattutto, e metterà a frutto l’esperienza giovanile quando andrà a fare la rivista e il musical con «Rinaldo in campo», con Modugno e a Delia Scala, prova generale dei tanti anni di avanspettacolo-teatrale, quello di serie A. Alla prosa approda con Enzo Petito o Franco Sportelli, forma una compagnia che sverna al Brancaccio di Roma: «Tutte commedie a scene fisse, testi di Rescigno, Galdieri, Oscar di Maio». È già un mamo da manuale, inconfondibile anche se continuamente imitato, caposcuola che fa gola al cinema povero ma bello del dopoguerra, quello dei Fizzarotti, Mattoli, Genina, D’Alessandro, Capuano.
E sono almeno una sessantina i titoli. Ma con il cinema si era già cimentato in pieno fascismo partecipando al film di Enrico Guazzoni «I due sergenti», una maschera precisa e incisiva, sempre con l’aria un po’ tonta e frastornata, i cespugli neri delle sopracciglia esaltati ulteriormente dal trucco, attore capace come pochi di comunicare, con gesti che rinnova continuamente, e di trasmettere, suoni che vengono dalla tradizione dei grandi comici, sempre perfettamente intelligibili dal pubblico. Come quel suo «pausare», che è una sorta di dò di petto, la nota più acuta che può emettere un tenore. In teatro incrocia Eduardo, del quale è amico, lavora nel «Contratto» in un ruolo centrale, accettando una paga ridotta perché il capocomico gli spiega che è sotto con il budget per via del costoso allestimento. «Eduardo mi aveva promesso un sostanzioso ritocco per il secondo anno, ma il suo impresario mi offrì un contratto di un mese e rinunziai». Quando al San Ferdinando parte la «Scarpettiana», però, raccomanda caldamente a De Filippo, ben ascoltato, la giovane Pupella.
Fa coppia con l’elegante Liliana nelle fortunate stagioni al Duemila di corso Garibaldi, e sono un centinaio, almeno, di sceneggiate, due per settimana, frutto di Enzo Vitale. Ritrova Trottolino, il Macario del Sud. Va e viene dal Canada, dove lo aspetta a braccia aperte nel suo San Carlino Bob Vinci, altro figlio d’arte, e anche lontano da Napoli spopola con «Juana», «Core ’ngrato» (e Rosalia che gli fa da spalla) e «La pansè». «Maggetiello» è in scena al «Biondo» di Palermo, 1984, con Pupella e Rosalia per l’ennesima, trionfale replica di «È na sera ’e maggio», capolavoro di Antonio Calenda, quando sbianca, suda e perde conoscenza aggredito da un ictus che lo costringe a lunghi giorni di ricovero in ospedale. Lo riportano a casa, finalmente, in via Pietro Castellino, dopo 5 mesi, ma non bastano le cure di Anna Bronzetti «Nirona», ex ballerina di fila, sua seconda moglie e madre dei tre figli Elena, Dante e Francesca e il 6 settembre del 1990 se ne parte per sempre, destinazione la cappella dell'Arciconfraternita di Santa Maria del Soccorso all’Arenella.
Fonte: ilmattino.it
DaMauro, Domenica, 05 Agosto 2007 11:23, Commenti(0)