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Nino Taranto il cuore dell’arte in una paglietta
Mauro
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Nino Taranto il cuore dell’arte in una paglietta.



L’artista era nato a Forcella il 28 agosto del 1907.
Una lunga carriera, dal varietà al cinema. I successi in tv Inedita la sua autobiografia.



Nino Masiello Aveva già letto le critiche pubblicate dai giornali napoletani sulla commedia «Lo sposalizio» andata in scena al Sannazaro, dove avevano insistito per averlo Luisa Conte e Nino Veglia, suoi ex scritturati, due sere prima. In ascensore, scendendo dal suo appartamento al parco Grifeo, il commendatore Nino Taranto, 77 anni, anticipò i ringraziamenti. «Vedrai che non perderemo molto tempo, mi bastano dieci minuti, il tempo di respirare l’aria della mia infanzia felice». Andammo, destinazione Forcella. Fu quasi un miracolo attraversare Napoli in un baleno, quel giorno e, altro piccolo segno del destino, parcheggiare in via Duomo, proprio all’altezza dello sbocco di Forcella. Ma i dieci minuti previsti dal commendatore passarono in un amen, giusto per fare pochi passi in direzione di via dei Carbonari, la nostra mèta. Il grande protagonista anche dell’ultima rappresentazione di un lavoro del suo amatissimo Viviani, immediatamente riconosciuto da tale Gaetanino, la «vedetta» di turno, si ritrovò al centro di un’accoglienza a dir poco trionfale. «Scennite, scennite, è arrivato Nino Taranto» gridava il tale rivolgendosi verso i balconi. Il commendatore si ritrovò, così, circondato da dieci, venti, trenta e più donne, uomini e bambini, ignari questi ultimi ma attirati e subito partecipi, figurarsi, dell’ammuina festosa. Taranto voleva rivedere la sua Forcella, dove ogni tanto calava senza preavviso alcuno. Faticosamente ci facemmo largo, per modo di dire, verso il palazzone di via dei Carbonari, strada antica che taglia il cuore del quartiere, presidiata all’ingresso, in quel momento, da una donnona nera nera, di pelle, di capelli e di veste che, attratta dal clamore, si era staccata dal banchetto delle «bionde» e aspettava, a braccia aperte, il vecchio compagno di giochi e della poca scuola frequentata proprio nel palazzo dove abitava la famiglia di don Raimondo ’o cusetore. Nino era nato lì, in quel palazzone, il 28 agosto del 1907, dunque cittadino di Forcella a tutti gli effetti, e vi aveva trascorso infanzia, adolescenza e l’inizio della gioventù, quando, avviato alla vita delle scene sin da piccolissimo, scendeva dal terzo piano canticchiando l’ultimo pezzo provato con il maestro Salvatore Capaldo, il suo talent scout.

Il maestro lo aveva preso in forze che Nino aveva dieci anni ma già possedeva un frac cucitogli dal nonno e un piccolissimo repertorio di canzoni, capofila «Fifì Rino», già cavallo di battaglia del primissimo Viviani. Dopo tre anni di lezioni tutti i giorni, il maestro Capaldo decise che il guaglione era maturo per il salto tra i professionisti e lo accompagnò dal suo amico Antonio Adamo, proprietario del Teatro Centrale in via Poerio, a due passi dalla Ferrovia, nonché gestore dell’Eldorado a Santa Lucia, insuperabile nel proporre agli scritturandi paghe molto esili. 1920, la prima scrittura per il «tenorino» Taranto, inizio di una carriera faticosa e faticata sempre contraddistinta da impegno e modi gentili per una duttilità che lo porta a frequentare con profitto, insieme al varietà, la scuola della sceneggiata dell’esigentissimo Eugenio Fumo e del suo sodale, il comico Salvatore Cafiero, per alcuni mesi anche in compagnia di Titina De Filippo. Due viaggi negli Stati Uniti, dove furoreggiava Ria Rosa; dal secondo, durato diciotto mesi, torna con un po’ di dollari e una pianola. Mette su compagnia di arte varia, debutta a Molfetta, vicino a Bari, in un’arena che un temporale spazza via portandosi anche il gruzzoletto del capocomico. Ed è il primo fallimento da impresario; l’altro, più clamoroso, sarà, molti anni dopo, quello del teatro Politeama e lo costringerà a impensabili sacrifici per pagare i debiti, fino all’ultima lira. Per fortuna non gli mancano le scritture, il ricordo di Fifì Rino sbiadisce definitivamente quando Pisano e Cioffi gli consegnano una paglietta, Nino ritaglia tre pizzi e procede. Varietà, sceneggiata e poi la grande rivista, autori quasi d’obbligo Nelli e Mangini, dal bancone della sartoria del nonno alle passerelle dei migliori teatri italiani, lo stile tipico della persona educata che cattura il sorriso con dolcezza, anche quando imbraccia una «caccavella». Il cinema lo aveva chiamato per la prima volta nel 1924 con il film muto «Vedi Napoli e poi muori» di Eugenio Perego con la fatale Leda Gys, moglie del produttore Gustavo Lombardo. Ne verranno altri ottantacinque, memorabili quelli con Totò, vero cult quell’«Anni facili» di Zampa sceneggiato da Vincenzo Talarico e Sergio Amidei, anno 1953, prodotto dalla Ponti-De Laurentiis, che gli varrà il Nastro d’argento.

In teatro spazia da quello partenopeo d.o.c. a Pirandello, Neil Simon, Marotta, soprattutto a Viviani che, a sue spese, porta in giro per anni con la regia di Vittorio Viviani, grande intellettuale troppo presto dimenticato e non soltanto degno figlio di don Raffaele. A sostenere il suo sforzo, artistico ed economico, non sono molti anche se Paolo Ricci, insuperato vivianista della prima ora, gli è vicino e gli dedica anche un bel libro. Fa tanta buona televisione e l’audience è sempre alta. Non rinuncia alle macchiette e «Ciccio formaggio» e «Agata», per citarne due, sono indelebili; ama le canzoni di giacca, spiccano in repertorio «Pupatella» e «Zappatore»; in quelle ironiche come «Attenti alle donne», «Cravatte, signori», «’O guappo ’nnammurato» dà il meglio di sé. Quando la figlia Maria sta per sposare Nando De Blasio, scrive di getto la poesia «Lusingame» e il fedele Mario Festa, direttore e concertatore di tutte le sue riviste, veste i versi di bella musica. Con la famiglia ha un rapporto che non cambia nel tempo: sua moglie Maria spesso lo segue, nume tutelare della Compagnia Nino Taranto. I tre figli, Dino, Maria e Carmela, lo adorano e non c’è Natale senza papà. Tiene un diario di bordo nel quale annota meticolosamente non soltanto quanto fa in arte ma quanto avviene nel mondo dello spettacolo italiano, un’autobiografia onestissima al momento ancora imperdonabilmente inedita che l’unico figlio maschio, l’architetto Dino, aveva aggiornato prima di chiudere gli occhi per sempre, premauramente. Lui, il commendatore, se ne andò all’alba del 23 febbraio del 1986.


Riportò per primo sulle scene i testi di Viviani.


Enrico Fiore «Comme so’ gghiuto?». Era la domanda, immancabile e trepida, che mi rivolgeva dopo ogni «prima», appena mi affacciavo sulla soglia del camerino per salutarlo. E basterebbe questo per riassumere chi fosse Nino Taranto: chi fossero, voglio dire, il Nino Taranto attore e il Nino Taranto persona. Per definirlo, del resto, potremmo usare la formula semplice: versatilità, napoletanità, signorilità. Della versatilità parlano la sceneggiata al fianco di Beniamino e Pupella Maggio e con la Cafiero-Fumo, le ventisette riviste di cui fu protagonista fra il ’36 e il ’55, le celeberrime macchiette; della napoletanità testimonia il fatto che, come lui stesso raccontava sempre, la prima clausola che metteva nei contratti era che a Natale e a Pasqua doveva recitare a Napoli; e della signorilità, a parte la domanda di cui sopra, fa fede un episodio che non ho mai dimenticato. A Natale, appunto, dopo lo spettacolo di turno andavo nel suo camerino non solo per i saluti, ma, data la circostanza, anche per gli auguri. E accadde, nel ’78, che Nino Taranto presentasse al Politeama una commedia di Gaetano Di Maio, «Un napoletano al di sopra di ogni sospetto». L’allestimento era brutto, per cui non ebbi il coraggio di fare la mia solita visita e, dopo aver scritto una debita stroncatura, gli auguri li mandai per posta. E il carissimo Nino mi rispose con un biglietto nel quale, fra l’altro, diceva: «Ti aspettavo al Politeama, ma capisco anche perché non sei venuto e ti ringrazio. Spero incontrarti in una più bella occasione (”più bella occasione” era sottolineato, n.d.r.) e nella speranza ti prego di gradire i segni della mia amicizia, della mia stima e della mia ammirazione». Si potrebbe immaginare, oggi, un teatrante capace di scrivere un biglietto del genere dopo aver ricevuto una stroncatura? Ma l’episodio non serve soltanto a dire che Nino Taranto è stato l’ultimo signore del teatro napoletano. Serve a dire anche, e soprattutto, che in lui questa napoletanità non si traduceva, come quasi sempre capita, in folcloristico sentimentalismo, bensì nella tensione costante verso la riscoperta delle nostre più profonde radici culturali. Non a caso, fu Nino Taranto - sì, proprio il Nino Taranto di Ciccio Formaggio e della paglietta con la tesa tagliuzzata - che per primo riportò in scena i testi di Viviani dopo la morte del loro autore. E vennero, fra teatro e televisione, gli allestimenti memorabili di «Mestiere di padre», «L’imbroglione onesto», «Don Giacinto», «Vetturini da nolo», «Morte di Carnevale», «Guappo di cartone», «La figliata», «Lo sposalizio» e «’O vico». A Viviani (e anche questo non è un caso) Nino Taranto dedicò, d’altronde, pure il suo ultimo spettacolo: la ripresa al Sannazaro, nel marzo dell’85, de «Lo sposalizio». E sebbene già minato dal male, nei ruoli di Gennarino «’o crapettaro» e del professore di contrabbasso Don Gregorio seppe offrire, al fianco di una non meno grande Luisa Conte, l’ennesima lezione di sapienza tecnica, di misura, di stile e di sensibiltà espressiva. È troppo se dico che la sua interpretazione travalicava il teatro per inscriversi in una dimensione di civiltà?


Due inediti per il nipote Corrado.


Oliviero Genovese Per Nino Taranto tre spettacoli nei prossimi trenta giorni. Primo omaggio, martedì, giorno del centenario. Lo propone Corrado, figlio di Carlo Taranto al Maschio Angioino. L’8 settembre a Villa Bruno, invece, «Piedigrotta Taranto» di Peppe Sollazzo. Poi un omaggio di Gino Rivieccio all’Augusteo a fine settembre con ospiti Pippo Franco, Maurizio Micheli, Morandi, Al Bano. La pièce di Corrado racconta la vita dello zio dalla prima macchietta all’ultimo giorno di vita, con due inediti. «Non sarà una serata di cabaret sulla scia delle note dei suoi successi, ma la storia dell’artista Taranto e dell’uomo Nino», racconta Corrado. E ricorda: «Quando ero piccolo vivevamo tutti sotto lo stesso tetto. Al rientro da teatro dopo lo spettacolo ci dovevamo alzare, metterci attorno al tavolo e ascoltare i loro racconti. Nonostante la sveglia per la scuola della mattina dopo». In sala, a celebrare i tempi in cui la rivista sbarcava in Italia, Enzo Cannavale, Rino Marcelli, Giacomo Rizzo. «Non ho mai fatto teatro con Nino - ricorda Cannavale - ho lavorato di più con Carlo. Recitavamo insieme al Sannazzaro nella compagnia di Luisa Conte. Con Nino ho fatto solo uno sketch televisivo e qualche film. Ma si rideva molto anche fuori dal teatro». «Tra Taranto e mio padre c’era una grande amicizia - dice Marcelli - papà voleva che entrassi nella sua compagnia. Ma le nostre strade artistiche non l'hanno previsto». «Nino Taranto - confida Rizzo - venne a vedermi al Diana nel 1977. E mi propose un ruolo in “Caviale e lenticchie”. Non accettai, scelsero Croccolo. Non me l’ha mai perdonato».


In mostra foto, cimeli e costumi.


Duecento foto, cinquanta pannelli con gigantografie, caricature, locandine, manifesti, testimonianze storiche e corrispondenze, una serie di costumi di scena come quelli usati per «L’ultimo scugnizzo», «Totonno ’e quagliarella» o per il «Guappo di cartone». Propietà della Fondazione Nino Taranto, la mostra dedicata all’artista è stata esposta fino al primo luglio al Maschio Angioino, a Napoli. Nei prossimi mesi sarà allesita in altre città che intendono ricordare il centenario.



Fonte: ilmattino.it

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