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40 anni dalla sua morte
Mauro
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L'Anniversario: a 40 anni dalla morte la lezione di un artista che ha saputo incarnare l'anima di una città.

La capacità d'improvvisare sul set, l'amarezza per il distacco dei critici, i rapporti con Eduardo De Filippo;
Comico sulla scena, malinconico nella vita. Le vacanze a Capri scrutando le donne col cannocchiale;
Mai aperto il museo alla Sanità, il quartiere dove nacque nel 1898. Una leggenda i suoi ritorni a casa.

Totò per sempre principe nel cuore.
Dino De Laurentiis: "il più grande di tutti i tempi."


«Il più grande attore italiano di tutti i tempi»: lo definisce così, Dino De Laurentiis. Semplicemente il più grande. Di Totò il leggendario produttore è stato pigmalione e amico, un sodalizio nato dalle comuni origini - uno napoletano di Torre Annunziata, l’altro figlio del quartiere Sanità - cominciato ai tempi dei «Pompieri di Viggiù» e finito solo con la morte dell’artista, quarant’anni fa. In mezzo tanti film, una trentina se si contano anche i titoli realizzati in società con Carlo Ponti e quelli della Rosa Film, gestiti dal fratello Alfredo. Decine di successi, tanti ricordi. Quando vide il comico amatissimo dal pubblico in lacrime per il presunto tradimento della sua donna, ad esempio. O quando convinse Eduardo a prenderlo nel cast di «Napoli milionaria!». De Filippo non voleva, «forse era un po’ geloso della popolarità del principe» ha raccontato Dino a Kezich e Levantesi, mentre Totò non era invidioso di nessuno. E il suo nome in ditta era una garanzia. «Per amore dell’arte e del film, ti devi mettere in ginocchio ai piedi di Totò e convincerlo a fare il finto morto con il prosciutto sotto il letto», intimò De Laurentiis: Eduardo, coinvolto nell’impresa anche come finanziatore, capì di non poter rifiutare il consiglio. A malincuore eseguì, con i risultati che sappiamo. Al lavoro nello studio di Los Angeles sul remake di «Barbarella» («perché? perché il futuro è donna»), l’amico Gianluca Nardulli a fargli da ponte telefonico, De Laurentiis racconta il suo Antonio de Curtis, in arte Totò: le visite sul set, le riprese ogni volta esilaranti, le cene a Capri, l’omaggio che avrebbe voluto fargli, postumo.

- A che cosa aveva pensato?
«Mi sarebbe piaciuto riabilitarlo agli occhi dei critici, che non sono mai stati teneri con lui quando era vivo, facendo un film sulla sua vita. Trattai anche i diritti con la figlia Liliana, ma la cosa non andò in porto. Non trovai l’interprete giusto. O meglio, ce n’era uno solo adatto al ruolo: Roberto Benigni. Ma sa, per un attore calarsi nei panni di un collega è sempre un problema».

- Tempo fa si parlò anche di De Niro...
«Per fare Totò ci vuole un mimo alla sua altezza. Non vedo altri che Benigni. Peccato».

- Ha parlato di riabilitazione, ma Totò è una leggenda del cinema.
«Oggi sì, ma all’epoca i critici lo consideravano un guitto e lui ne soffriva. Era amareggiato. Diceva che gli avrebbero reso giustizia solo dopo la morte. E così è stato. Ma io ho sempre saputo che era un genio».

- Quando e come lo conobbe?
«Lo vidi in una rivista, forse con Anna Magnani. Faceva cose straordinarie, improvvisava come solo i veri artisti sanno fare. Una dote cui attinse a piene mani anche nel cinema. Le sceneggiature dei film per lui erano solo una traccia, Totò usava la pagina scritta per rielaborarla a modo suo, i dialoghi potevano essere dilatati all’infinito, un fuoco di fila di battute, invenzioni continue. Divertentissimo».

- Steno, uno dei suoi registi, raccontava che con Totò sul set non bisognava mai dare lo stop...
«Certo, era tutto materiale di prima qualità. Tutto buono. Un solo ciak e via. Totò non amava ripetere una scena, si annoiava. Anche per questo girare un film con lui era un vero piacere».

- Riprese rapide, costi contenuti.
«Proprio così, cinque settimane di riprese contro le dodici di oggi, e il successo garantito».

- L’ideale per un produttore. Da qui l’idea di richiamare Totò anche nel titolo...
«Una garanzia per il pubblico, quel nome. Nel’52 uscì ”Totò a colori”, il primo film a colori italiano, con la regia di Steno. Prima c’erano stati ”Totò terzo uomo” e ”Totò e le donne”, poi vennero ”Totò all’inferno” e ”Totò e Carolina”... Io, al contrario della critica di allora, avevo capito subito di che pasta fosse fatto quel grandissimo attore».

- Che frequentava anche fuori dal set.
«Sempre, a Roma e a Capri, durante le vacanze. Tra noi c’era uno straordinario rapporto di amicizia e di stima. La sera andavamo spesso a cena insieme. Una volta lo trovai in terrazza, a Capri, ad armeggiare con un potente cannocchiale. Che fai?, gli chiesi. ”Guardo i culi delle ragazze”, rispose divertito. Per niente al mondo avrebbe rinunciato a una battuta».

- Le biografie, però, raccontano di un Totò malinconico e taciturno.
«Io l’ho visto veramente addolorato ai tempi di ”Malafemmena”, forse il periodo più drammatico della sua vita. Scrisse quella canzone per la moglie, quando ebbe l’impressione che lei lo tradisse. Ed è una canzone straordinaria, perché si capisce che è fatta con il cuore, dentro c’è tutta la disperazione di un uomo che teme di aver perduto l’amore della sua donna».

- Tra l’attore Totò e il principe de Curtis, chi preferiva?
«Totò era principe nell’anima. Quanto al titolo, che fosse autentico o no, ha davvero poca importanza».


Fonte: ilmattino.it


L'ultima modifica di Mauro il Gio Ago 16, 2007 3:36 pm, modificato 2 volte

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Il soffio del genio oltre gli stereotipi


Totò vince sempre e comunque. Questo il vero dato di fatto che emerge dagli inesausti assalti al mito del principe de Curtis, tanto più subdoli e feroci quanto più mascherati da ricorrenze, riscoperte e cerimonie. Basta fare mente locale e ripensare alla montagna di equivoci che sono stati rovesciati (magari in buona fede) sull’icona di una napoletanità assoluta e quindi astratta, pura. Il «tutto» di questa bizzarra condizione non si può, infatti, riscontrare nel miraggio della storia, della cronaca, della cultura e men che mai dei salvacondotti periodicamente forniti da più o meno sommi giudici. Totò è tra i pochissimi portabandiera di una contorta vitalità che sopravvive malgrado i suoi micidiali stereotipi, tra i rarissimi miti che anno per anno compiono il miracolo di disincarnare e reincarnare le sue radici. L’equilibrio del culto resta, per sua natura, precario, instabile, fragile: passa (chissà come) senza crollare o infettarsi dai grossolani ingrandimenti delle foto esposte sulle bancarelle di Spaccanapoli ai dotti riferimenti dei glottologi e degli antropologi; dai torrenti di parole trasportate da saggi, libri e articoli (quasi tutti scopiazzati dall’imprinting di Goffredo Fofi) alle rivisitazioni - ovverosia rapine - eseguite da comici e teatranti d’ogni risma e reputazione; dalle languide nostalgie borboniche alle rabbiose rivendicazioni giacobine.

Per non parlare delle immagini che fuoriescono a getto continuo dal teleschermo sotto forma di film restaurati, film ammaccati, spezzoni occasionali, inserti abusivi, frammenti pubblicitari e finanche soffici bip di videogiochi. Uno dei concetti, emessi col pilota automatico mentale, che hanno fatto più danni in assoluto è quello della critica «alta» che, dopo avere snobbato Totò, sarebbe stata costretta a rivalutarlo con la morte nel cuore. Un doppio falso: anche ai tempi dei filmetti usa-e-getta del dopoguerra c’erano critici e intellettuali in grado di cogliere l’eccezionalità del fenomeno (Giuseppe Marotta, Vittorio Spinazzola e Sandro De Feo su tutti); ancora oggi si contano sulle dita di una mano gli esperti che non cadono nel banale trappolone di considerarlo grande solo quando strappato dagli Autori alla caienna commerciale. Nel caso specifico il redentore numero uno sarebbe stato Pasolini; il quale, invece, sfruttò al meglio il genio dell’attore nei semisconosciuti episodi «La Terra vista dalla Luna» e «Che cosa sono le nuvole», mentre lo avvilì nelle estenuate elucubrazioni del venerato quanto indigeribile «Uccellacci e uccellini». Tutti, infatti, citano con timore reverenziale il succitato Fofi, ma pochi hanno il fegato di riconnettersi a Totò nel segno della sua epigrafe migliore: «Con Totò la marionetta ha vinto. Che ci frega dunque che i registi di successo non siano riusciti a straziarla nelle direzioni loro congeniali... che egli sia esploso comunque in “brutti” e tanti film pieni di brani da antologia, di divertimento puro, di volgarità rivendicata, di spiritata bizzarria, di scatenamento aggressivo e prepotente, di vitalità famelica e tartassata?». Non ci interessa, dunque, piagnucolare su di un museo mancato (magari una succursale del Pan o del Madre), deprecare le beghe immobiliari sulla casa di Santa Maria Ante Saecula o invocare l’ennesimo «evento culturale» sponsorizzato dalle inconsolabili préfiche o dai solerti funzionari.

Sull’immortale guitto tutto sembra già detto, già fatto, compresa la pionieristica provocazione di un locale convegno iper-cinéfilo che osò intitolarsi «Quale Totò per gli anni Ottanta». Bisognerà rassegnarsi: il Principe sopravvive contro e non pro, è il lato oscuro della Forza che scorre e non rimane, rimbalza sullo spasso concreto per rifugiarsi nell’immaginario. In qualche luogo, da qualche parte, forse in questo stesso momento, Totò è qui con noi, a ricordarci che nei meandri di una città corrotta e decadente si può ancora percepire il soffio della sua beffarda, indomabile e volentieri autolesionistica genialità.


Fonte: ilmattino.it


L'ultima modifica di Mauro il Gio Ago 16, 2007 3:37 pm, modificato 1 volta

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Totò in vacanza sulla sua barca. L'Alcor, a bordo della quale navigava lungo le coste del Mediterraneo fino alla Costa Azzurra.
Marinaio poco provetto, però, l'attore si faceva seguire via terra dall'autista, pronto a cambiare itinerario.

La nipote Diana:
"in un film l'uomo e la maschera".
Il progetto di un documentario sui particolari meno noti dei viaggi nel Mediterraneo ai luoghi segreti del tatro.

Da quando la nonna è morta, l'anno scorso , novantenne, la nipote Diana de Curtis passa intere giornate nella casa romana di lei per scartabellare in armadi e cassetti. Diana porta il suo nome, è la figlia di Liliana, l'unica erede del principe Antonio de Curtis, totò. Da qualche anno ha deciso di dare una svolta alla sua vita e di occuparsi stabilmente, come aveva fatto la madre Liliana, del patrimonio di famiglia, ovvero di tutto quanto riguarda l'eredità del principe della risata. Un patrimonio enorme, fatto sopratutto di affetti, ma anche di cimeli, ricordi. E continua a raccogliere bigliettini, fotografie, oggetti che vanno ad arricchire quello che un giorno dovrebbe essere esposto nel museo Totò, un grande appartamento che attende da anni di essere aperto al pubblico perchè manca un ascensore, al terzo piano del Palazzo dello Spagnolo, in via Vergini, nel cuore del rione Sanità, la stessa zona dove il comico nacque il 15 Aprile del 1898. Una data emblematica perchè la morte lo colse in quel giorno, nel 1967, quarant'anni fa.

"Ero una ragazzina, ricordo solo la folla, enorme, l'abbraccio di roma, di Napoli, l'affetto della gente", racconta Diana che grazie a un lavoro serio e meticoloso sta riscoprendo l'artista Tootò e si prepara a fare un film che verrà presentato in Ottobre alla Festa del Cinema di Roma che a Totò dedicherà un ampio omaggio in occasione del quarantennale.

"Indago la sua arte. L'uomo totò - dice - quello lo conosco già. E' il nonno affettuoso, una persona un pò schiva che non si portava il lavoro a casa, un uomo che aveva tutta la dolcezza dei veri meridionali. lui non raccontava versi per noi, nè cantava. Le poesie le raccontavamo noi nipoti, mio fratello ed io a lui, a Pasqua e Natale. Strettamente in francese. Lui voleva così".

Mania di nobiltà, come quella che spinse totò a lottare una via per ottenere il titolo che gli spettava: principe di Bisanzio, conte Palatino, cavaliere del Sacro Romano impero, esarca di Ravenna... un pò tanto per uno che aveva scritto "'A livella"?, non le pare, Diana? "Lo so, certe cose oggi appaiono superate, però lui ci teneva. E in vita si è comportato sempre come un vero principe, un nobile che era vicino ai poveri, perchè sapeva cos'era il bisogno".

Non sono leggende metropolitane le uscite di don Antonio, che nottetempo laciava la sua casa romana e si faceva accompagnare a in automobile a Napoli per respirare l'aria della sua città e lasciare un pò di denaro alle famiglie più bisognose. Un affetto che la città e i suoi abitanti hanno sempre condiviso, se è vero che non si è mai interrotto l'omaggio alla sua tomba, nel cimitero della Pietà. Ci vanno i fidanzati e lasciano bigliettini, gli anziani e ricordano una risata, i ragazzi, i bambini. Come da un santo laico. "E' impressionante vedere come la gente lo ami sempre di più", nota la signora de Curtis, che porta il nome del nonno grazie a un decreto ad hoc ottenuto da Totò per la figlia dal Presidente della Repubblica. Così anche in mancanza di eredi maschi, la famiglia de Curtis continua a esistere grazie ai figli di Liliana: Antonio e Diana.

"La nonna - dice Diana - era la mia migliore amica, mi ha cresciuta, mi è stata vicino quando i miei genitori si separarono. Ha vissuto fino alla fine nel culto di Totò. Era innamoratissima come il primo giorno, nonostante lui avesse avuto altre donne. Aveva sedici anni quando s'incontrarono, lei scappò dal collegio per raggiungerlo, un amore d'altri tempi... "Malafemmena" era stata scritta per lei".

E ci sarà anche quell'amore nel film-documentario di cui Diana ha scritto la sceneggiatura insieme con Barbara Calabresi, affidandolo alla produzione di Marco Valsania. "Vorrei - spiega - che emergessero un Totò segreto. Mostreremo i luoghi in cui lui passava le vacanze. Capri innanzitutto, e poi Viareggio, la Costa Azzurra. E si vedranno i suoi luoghi nascosti, come i camerini dei teatri dove recitava, alcuni dei quali straordinariamente intatti, come quelli del Politeama di Palermo e del Brancaccio, a Roma".

Racconteranno Totò la figlia Liliana, ma anche personaggi legati al suo mito come Ben Gazzara, Fred Murray Abraham e Lucio Dalla, che ha paragonato il principe a Gesù e a San Francesco. "Ma Totò - dice la de Curtis - è anche come Topolino, un personaggio dei fumetti, un personaggio che fa ridere e fa del bene. Siamo tutti innamorati di lui, un poeta bambino, l'incarnazione dei nostri sogni e delle nostre debolezze. In giro per il mondo non ho mai incontrato qualcuno che non lo amasse, e se lo incontro gli faccio un "paliatone"".


Fonte: ilmattino.it


L'ultima modifica di Mauro il Gio Ago 16, 2007 3:38 pm, modificato 1 volta

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L'ultima scena con Loy.

Dal 1937 al 1967: trent'anni di cinema e 97 titoli. Senza contare i vari episodi e i film di montaggio realizzati anche dopo la sua scomparsa. totò iniziò con "Fermo con le mani" per la regia di Gero Zambuto, in cui interpretava il ruolo di un vagabondo accanto a Tina Pica. L'ultima fatica è "Capriccio all'italiana", un film a episodi: Totò è "Il mostro della Domenica" nella tranche firmata da Steno e Iago in "Che cosa sono le nuvole" di Pasolini che lo aveva già diretto in "Uccellacci e uccellini" del 1966, sempre accanto a Ninetto Davoli. Pochi giorni prima della morte, totò girò la prima scena de "Il padre di famiglia" di Nanni Loy che successivamente affidò la parte a Ugo Tognazzi. Per ironia della sorte, la scena girata era quella di un funerale.

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Cara Diana che successi.
Per celebrare i 40 anni dalla sua morte il quotidiano il Mattino ha pubblicato una lettera di Totò indirizzata alla moglie, eccola:


Quella che segue è una lettera che Totò scrisse alla moglie Diana, da Brescia, il 13 gennaio 1943. Un documento inedito.

"Cara Diana, ho ricevuto la tua lettera con la specifica dei conti, potevi risparmiarti questo lavoro, tanto, tu lo sai bene, che io non la leggo nemmeno. Quello che tu hai speso è ben speso. Tu sai che io ci tengo che a voi non manchi nulla, che viviate bene. Ti segno l’itinerario delle tante piazze che dobbiamo fare, certo è una vitaccia farla d’inverno. Mercoledì 13 e 14 Teatro Nuovo Verona, venerdì 15 al 17 Teatro Verdi Padova, lunedì 18 al 20 Teatro Malibran Venezia, sabato 23 al 24 Teatro comunale Treviso, lunedì 25 al 26 Teatro Verdi Vicenza, sabato 30 al 7 febbraio Politeama Rossetti Trieste, mercoledì 10 febbraio Gorizia, giovedì 11 Rovigo, venerdì 12 al 14 Teatro Verdi Ferrara, lunedì 22 al 28 Teatro Medica Bologna.

Poi sette giorni al Verdi di Firenze. Indi Roma. Gli sbalzi di date che trovi sarebbero giorni che ancora si devono definire con i teatri. Io in salute sto bene. I successi sono clamorosi ovunque, io miglioro sempre. Mi auguro che mio padre si sia completamente rimesso, mi raccomando di curarsi. La mamma sta bene? Tu come stai? Liliana mia adorata come sta? Vi abbraccio a tutti, miei cari, a Liliana in special modo e anche a te ti bacio forte forte. Totò. Se vuoi scrivermi regolati tu. Fai Espresso, però, che arriva prima. Baci."

Antonio de Curtis.


Fonte: ilmattino.it

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