Biografia

Lo “scugnizzo” del rione Sanità

Signori si nasce e io lo nacqui, modestamente!

(Totò, dal film Signori si nasce)

La casa di Totò

La casa di Totò

Antonio de Curtis nacque il 15 febbraio 1898 nel rione Sanità, in via Santa Maria Antesaecula, al secondo piano del civico 109, da una relazione clandestina di Anna Clemente (Palermo, 1882 – Roma, 1948) con Giuseppe de Curtis (Napoli, 12 agosto 1873 – Roma, 29 settembre 1944) che, in principio, non lo riconobbe. L’assenza della figura paterna pesò molto, anche in seguito, sul carattere dell’attore, tanto che nel 1933, già famoso sui palcoscenici italiani, si fece adottare dal marchese Francesco Maria Gagliardi Focas, in cambio di una rendita.

Studiò al collegio Cimino senza ottenere la licenza ginnasiale: la madre lo voleva sacerdote, ma, incoraggiato dai primi successi nelle piccole recite in famiglia (chiamate a Napoli “periodiche“), e attratto dagli spettacoli di varietà, nel 1913, a soli quindici anni, iniziò a frequentare i teatrini periferici esibendosi in macchiette e imitazioni del repertorio di Gustavo De Marco con lo pseudonimo di Clerment.

Totò durante la prima guerra mondiale 1918

Totò durante la prima guerra mondiale 1918

Proprio su questi palcoscenici di periferia incontrò attori del calibro di Eduardo De Filippo, Peppino De Filippo e i musicisti Cesare Andrea Bixio e Armando Fragna. Durante gli anni della prima guerra mondiale si arruolò volontario per il Regio Esercito nella 22° fanteria, rimanendo di stanza dapprima a Pisa e poi a Pescia. Venne quindi trasferito al 182° battaglione di milizia territoriale, unità di stanza in Piemonte ma destinate a partire per il fronte francese. Qui si situa il comico episodio nel quale, prima di partire, il comandante del suo battaglione lo avvertì che avrebbe dovuto condividere i propri alloggiamenti in treno con un reparto di soldati marocchini “dalle strane e temute abitudini sessuali” (come lo stesso Totò riporterà in seguito nella sua biografia). Totò a questo punto, terrorizzato, decise di improvvisare un attacco epilettico alla stazione di Alessandria, riuscendo a farsi ricoverare nel locale ospedale militare e a non partire per la Francia. Rimasto in osservazione per un breve periodo, quando venne dimesso dalle cure ospedaliere venne inserito nell’88° reggimento di fanteria “Friuli” di stanza a Livorno. Proprio in quel periodo Totò subì continui soprusi e umiliazioni da parte di un graduato; da quell’esperienza nacque il celebre motto dell’attore: “Siamo uomini o caporali?“.

Il sorriso di Totò

Il sorriso di Totò

Dopo il servizio militare, si esibì ancora come macchiettista, scritturato dall’impresario Eduardo D’Acierno – diventò poi celebre la macchietta del “Bel Ciccillo” riproposta nel 1949 nel film Yvonne la nuit – e ottenne un primo successo alla Sala Napoli, locale minore del capoluogo campano, con una parodia della canzone di E. A. Mario Vipera, intitolata Vicolo.

Su questi palcoscenici, spesso improvvisati, con orchestre di second’ordine e comprimari raccogliticci, Totò imparò l’arte dei guitti, ossia di quegli attori – napoletani e non – che recitavano senza una sceneggiatura ben impostata, arte alla quale Totò aggiunse caratteristiche tutte sue: una conformazione particolare del naso e del mento – frutto di un incidente giovanile col precettore del ginnasio – movimenti del corpo in libertà totale, da burattino snodabile, e una comicità surreale e irriverente, pronta tanto a sbeffeggiare i potenti quanto a esaltare i bisogni umani primari: la fame, la sessualità, la salute mentale.

I primi successi

Io sono un uomo di mondo… ho fatto tre anni di militare a Cuneo!

(Nello sketch del “vagone letto”, ripreso in Totò a colori)

Totò verso la fine degli anni 20

Totò verso la fine degli anni 20

Nel 1922 si trasferì a Roma con la madre e in un primo momento ottenne alcuni ingaggi in compagnie di basso livello impegnate nella recitazione di farse pulcinellesche, nelle quali gli toccava il ruolo minore del mamo, la spalla di Pulcinella. Con la compagnia di Umberto Capece fece poca strada; dopo un breve periodo di disoccupazione venne però notato da Giuseppe Jovinelli, titolare del teatro omonimo, dove iniziò a esibirsi in imitazioni e balletti musicali comici che ottennero un grande successo di pubblico. Approdò quindi alla Sala Umberto, frequentata dalla migliore società della capitale: il successo crebbe ancora. Il suo costume di scena in questo periodo era già quello a cui restò fedele sino alla fine: un logoro cappello a bombetta, un tight troppo largo, una camicia col colletto basso, una stringa come “farfallino”, pantaloni “a zompafosso” e un paio di calze colorate su scarpe basse e logore.

Oltre al costume scenico, il suo modo di recitare. Totò è come preso dalla “mania della fame”. La sua capacità di rendere al meglio l’espressione di uomo affamato e mai sazio è data dalla sua voglia di mettere in scena la povertà, e rappresentarla con la sua faccia peggiore: la fame. Totò infatti affermava sempre che l’attore, per recitare come tale, deve andare in scena sempre prima di mangiare.

Il variété e l’avanspettacolo

… bazzecole, quisquilie, pinzellacchere!

(Un modo di dire tipico di Totò)

Totò negli anni 30

Totò negli anni 30

Dal 1925 iniziò a farsi conoscere anche a livello nazionale, recitando in spettacoli di variété, e andando in tournée nelle maggiori città italiane. Nel 1927 fu scritturato, nuovamente a Roma, da Achille Maresca, titolare di due diverse compagnie; Totò entrò a far parte prima della compagnia di cui era primadonna Isa Bluette, una delle soubrette più in voga del periodo, e poi, dal 1928 di quella di Angela Ippaviz; gli autori erano “Ripp” (Luigi Miaglia) e “Bel Ami” (Anacleto Francini).

Due anni dopo tornò a Napoli, al Teatro Nuovo con la Compagnia Stabile Napoletana Molinari diretta dall’impresario Enzo Aulicino, nella quale recitò per la prima volta insieme a Titina De Filippo in una parodia de I tre moschettieri e, in seguito, in Miseria e nobiltà e altre commedie del repertorio di Eduardo Scarpetta.

In questo periodo conobbe un’attrice di varietà di origine genovese, Liliana Castagnola, con la quale visse una breve ma intensa storia d’amore (pare che una sera Totò recitò in un teatro al buio solo per lei); la relazione con la bellissima chanteuse, però, fu funestata da continue avversità: Totò riceveva spesso biglietti e telefonate anonime che lo mettevano in guardia da quella donna dal carattere strano. In effetti la Castagnola, fino al momento dell’incontro con Totò, era stata costante oggetto delle cronache mondane: fu espulsa dalla Francia per aver indotto due uomini al duello; a Montecatini un suo amante respinto si tolse la vita, dopo averle sparato un colpo di pistola che la ferì di striscio al viso (a causa della cicatrice, sebbene lieve, la Castagnola adottò la pettinatura “a caschetto” che le copriva le guance); dilapidò il patrimonio di un nobile che fu per questo interdetto su richiesta dei familiari.

Sebbene fosse una donna fatale sia sul palcoscenico sia nella vita reale, aveva per l’artista napoletano un sentimento sincero e passionale, per il quale era disposta a buttarsi alle spalle una vita girovaga e senza freni. Liliana, pur di restare accanto al suo uomo, propose di farsi scritturare al Teatro Nuovo di Napoli, ma Totò, stanco della relazione con quella donna possessiva e opprimente, decise infine di accettare un contratto con la compagnia “Cabiria” che lo avrebbe portato a Padova.

Totò con Diana Rogliani

Totò con Diana Rogliani

L’epilogo fu che Liliana si suicidò ingerendo un intero tubetto di sonniferi. A soli 35 anni fu trovata morta, la mattina dopo, nella sua stanza d’albergo. Il suo biglietto d’addio a Totò esprimeva tutto lo strazio dell’innamorata abbandonata: «Grazie per il sorriso che hai saputo dare alla mia vita disgraziata. Non guarderò più nessuno. Te l’avevo promesso e mantengo». La vicenda divenne un enorme scandalo giornalistico, cosa che d’altra parte fece una grande pubblicità a Totò, conosciuto, ma non ancora pienamente affermato come artista. L’attore rimase tuttavia sconvolto dal suicidio della donna tanto che decise di seppellirla nella cappella dei De Curtis a Napoli e battezzò Liliana la figlia che ebbe dalla moglie Diana Bandini Lucchesini Rogliani.

Riprese a lavorare intensamente, e dopo un breve periodo in cui ritornò a lavorare con la compagnia di Maresca, dal 1932 diventò capocomico, proponendosi (anche come impresario di compagnie che gravitavano intorno alla sua persona), nel genere dell’avanspettacolo.

L’avvento del cinema sonoro e la scomparsa delle figure teatrali fino ad allora tradizionali come il “fine dicitore” imposero questo cambiamento, e Totò divenne l’esponente più rappresentativo del nuovo genere, con riviste da lui anche scritte, spesso insieme a Guglielmo Inglese (con Eduardo Passarelli e Mario Castellani come sue spalle), per tutti gli anni trenta, e portate in scena in tutto il Paese.

Ridi che ti passa, Se quell’evaso io fossi, L’ultimo Tarzan sono alcuni titoli; le soubrettes che lo circondavano erano anch’esse celebri: Clely Fiamma, Adriana Edelweiss, Clary Sand e Olivia Fried.

Tra le macchiette tipiche di Totò di questo periodo ne troviamo anche alcune che il comico poi riproporrà più tardi nel suo repertorio cinematografico: “Il pazzo“, “Il chirurgo“, “Il manichino“. Lo spettacolo spesso si concludeva con la classica “passerella”, mentre Totò correva tra il pubblico con una piuma sulla bombetta, al ritmo della fanfara dei Bersaglieri: anche questo sarebbe stato riproposto più tardi nel suo film I pompieri di Viggiù.

Il 6 marzo 1935 si sposò con la fiorentina Diana Bandini Lucchesini Rogliani conosciuta quattro anni prima a Firenze durante uno spettacolo; dall’unione, nel 1933, nacque la figlia Liliana.

Nel 1937 Giuseppe De Curtis lo riconobbe infine legalmente come figlio.

L’incontro con il cinema

Ma mi faccia il piacere!

(Uno dei modi di dire di Totò)

Totò nel 1930, nel suo primo provino cinematografico, con la Cines

Totò nel 1930, nel suo primo provino cinematografico, con la Cines

Totò incontrò il cinema già nel 1930, con l’avvento del sonoro, quando Stefano Pittaluga, un esercente ligure che aveva rilevato la Cines dal fallimento e in quel momento produceva gran parte dei film italiani, decise di fargli un provino.
Il film, intitolato Il ladro disgraziato, non vide mai la luce, ma esistono le riprese del provino, ritrovato e restaurato nel 1995. Furono allora gli intellettuali che già lo ammiravano a teatro, i primi a volerlo in qualche loro progetto: tra di loro Umberto Barbaro e soprattutto Cesare Zavattini, che tentò infatti di imporlo nel 1935 per la parte di Blim nel film Darò un milione di Mario Camerini – ruolo andato poi a Ernesto Almirante – e nel 1943 pubblicò il romanzo Totò il buono pensando a lui.

Non realizzandosi questi progetti cinematografici il vero debutto avvenne sotto l’egida di Gustavo Lombardo, il fondatore della Titanus, il quale nel 1937 produsse il primo film di Totò, Fermo con le mani! diretto da Gero Zambuto, mediocre tentativo di proporre temi toccati dal personaggio di Charlot, già superati dalla forza surreale, da burattino irriverente e snodabile, di Totò. In una scena del film rimasta celebre e stranamente non tagliata dalla censura dell’epoca, arriva a prendere in giro il Duce, Benito Mussolini.

Nell’anteguerra girò altri cinque film, con spunti interessanti nel surreale: Animali pazzi del 1939 di Carlo Ludovico Bragaglia, già militante nelle file del futurismo, con testo scritto da Achille Campanile, e San Giovanni decollato del 1940 di Amleto Palermi, dignitosa trasposizione della commedia teatrale di Nino Martoglio, già cavallo di battaglia del mattatore teatrale siciliano Angelo Musco.

Una menzione particolare la merita poi Il ratto delle Sabine del 1945 di Mario Bonnard, storia di una scalcagnata compagnia di guitti in giro per le città di provincia che decidono di rappresentare il testo mediocre di un professore deriso dai suoi stessi alunni, con un insuccesso colossale.

La grande rivista

Totò era una maschera ed è paragonabile solo ai grandi come Chaplin, Keaton e i fratelli Marx. Ma noi che l’abbiamo diretto gli affidavamo parti troppo “umane” e lui finiva così per perdere inevitabilmente quella comicità surreale e astratta che era riuscito a sprigionare al massimo quando faceva la rivista e l’avanspettacolo.

(Mario Monicelli in un’intervista su Totò dopo la sua morte)

Più in generale, questi primi esperimenti cinematografici, lunari e surreali, non ottennero il successo di pubblico che Totò aveva invece sul palcoscenico. Quando tornò al teatro, alla fine del 1940, l’avanspettacolo era già tramontato, sostituito dalla “grande rivista”, caratterizzata da scenografie sfarzose, primedonne da sogno (su tutte Wanda Osiris), testi moderatamente satirici e qualunquistici per quanto concesso dal regime fascista, comprimari e orchestre di grande livello.

Totò con Anna Magnani in una foto del 1955

Totò con Anna Magnani in una foto del 1955

Totò ebbe la fortuna di incontrare sul suo cammino il più grande scrittore di riviste teatrali degli anni quaranta, Michele Galdieri, e una grande soubrette e attrice di livello e bravura pari alla sua, Anna Magnani, in spettacoli rimasti memorabili nella storia del nostro teatro. Con Galdieri strinse un sodalizio inossidabile durato nove anni, con spettacoli messi in scena dagli impresari Elio Gigante – poi scopritore della cantante Mina – e Remigio Paone. I titoli bastano da soli per consegnarli alla memoria: Quando meno te l’aspetti del 1940, Volumineide del 1941, Orlando Curioso del 1942, Che ti sei messo in testa? e Con un palmo di naso, del 1944.

In essi la forza satirica esercitata in vario modo prima contro il regime fascista e quindi contro gli occupanti tedeschi, è sempre ben presente: più volte la censura di regime intervenne per modificare battute considerate irriverenti, ma Totò, rischiando di suo, spesso pronunciava ugualmente le frasi tagliate suscitando autentiche ovazioni; dopo le prime rappresentazioni romane di Che ti sei messo in testa, l’attore, avvertito che sarebbe stato di lì a poco arrestato (insieme ai fratelli De Filippo), dovette tuttavia scappare a Valmontone per ripresentarsi solo dopo la liberazione di Roma con una nuova rivista (Con un palmo di naso) in cui finalmente dava libero sfogo alla sua satira impersonando Mussolini e Hitler.

Io odio i capi, odio le dittature… Durante la guerra rischiai guai seri perché in teatro feci una feroce parodia di Hitler. Non me ne sono mai pentito perché il ridicolo era l’unico mezzo a mia disposizione per contestare quel mostro. Grazie a me, per una sera almeno, la gente rise di lui. Gli feci un gran dispetto, perché il potere odia le risate, se ne sente sminuito.

Totò

La Magnani, dal canto suo, si faceva forte della propria umoralità popolana, tipica del personaggio in scena, con un linguaggio diretto ed esplicito. I due formavano dunque un sodalizio tra i più riusciti e irripetibili, interrotto bruscamente dopo la grande rivelazione a livello mondiale dell’attrice romana con un film epocale diretto dal suo compagno Roberto Rossellini: Roma città aperta, del 1945. Da quel momento le loro strade si divisero: nel 1956 la Magnani vinse il Premio Oscar come migliore attrice protagonista e recitò con grandi nomi del cinema hollywoodiano come Burt Lancaster e Marlon Brando.

Totò invece rimase fino in fondo la grande maschera della Commedia dell’Arte in una serie impressionante di pellicole assemblate alla meglio su canovacci che spesso davano mano libera all’attore. Il primo artefice di questa riscoperta cinematografica di Totò fu l’avvocato marchigiano Mario Mattòli, già organizzatore e regista di spettacoli teatrali per la sua Compagnia Teatrale Za-Bum, lo scopritore autentico di Vittorio De Sica.

La Totò-mania

Sono enigmatico? Sfido io… sono nato settimino!

(Totò in Le sei mogli di Barbablù)

Totò con Isa Barzizza nel film Le sei mogli di Barbablù del 1950

Totò con Isa Barzizza nel film Le sei mogli di Barbablù del 1950

Il periodo d’oro del comico si può circoscrivere dal 1947 al 1952, quello in certo senso più libero, con parodie di grande successo che contengono riferimenti satirici piuttosto espliciti, in molti casi alquanto pesanti, all’attualità: il dopoguerra, la borsa nera, i nuovi arricchiti, la sterilità di chi comanda (gli onorevoli e, in particolar modo, i “caporali”, intesi genericamente come coloro che danno ordini alla truppa), furono presi di mira sia sul palcoscenico con le ultime due grandi riviste di Michele Galdieri, C’era una volta il mondo del 1947 e Bada che ti mangio! del 1949, sia nel cinema.

Se in teatro il successo crebbe a dismisura (basti pensare al celeberrimo sketch del vagone letto con Isa Barzizza e Mario Castellani, presentato per la prima volta proprio nella rivista “C’era una volta il mondo“) anche sul grande schermo giunse un grandioso successo di pubblico, a partire da I due orfanelli del 1947 fino a Totò a colori del 1952. In questi film l’attore si scatena e la comicità di avanspettacolo è più pura, meno imbrigliata dalle maschere o personaggi che in seguito, per motivi diversi, alcuni autori tentarono di cucirgli addosso. Assediato da proposte di tutti i generi, senza avere a disposizione neanche una giornata libera, l’attore lavorava continuamente, girando a ritmo frenetico alcune delle sue parodie più folli, dirette dai cosiddetti “registi velocisti” Mattòli, Bragaglia, Stefano Vanzina e il giovane Luigi Comencini. Si ricordano in questo periodo, tra gli altri, titoli divenuti poi dei “classici” come Totò le Mokò, L’imperatore di Capri, Totò sceicco.

È da notare che a volte il copione, vuoi anche per i tempi ristrettissimi in cui venivano prodotti i suoi film, rappresentava solo un timido canovaccio per Totò, che poi si trovava a improvvisare davanti alla macchina da presa: Totò inventava le battute, a volte perfino la trama; così tuttavia sono nate anche alcune delle sue scene più famose.

Totò e Carlo Croccolo nel film 47 morto che parla (1950)

Totò e Carlo Croccolo nel film 47 morto che parla (1950)

Totò ebbe anche, durante la stagione 1948-1949, un’esperienza come doppiatore cinematografico per un film non suo, l’avventuroso-esotico La vergine di Tripoli (Slave girl) diretto per la Universal Pictures da Charles Lamont e interpretato da Yvonne De Carlo e George Brent. Nel film, ritrovato e riproposto in televisione nel 1996, il comico napoletano è la voce fuori campo di un cammello, ribattezzato Gobbone nella versione italiana. Inoltre, nel manifesto nostrano della pellicola appare un curioso Totò disegnato a fumetti che pronuncia la frase In questo film dico la mia anch’io!. Totò stesso fu in seguito talvolta doppiato soprattutto nelle scene con riprese esterne, dove gli attori non potevano recitare in presa diretta, poiché il grande artista napoletano non poteva doppiare sé stesso a causa dei problemi alla vista. I suoi doppiatori ottennero risultati non sempre di qualità, da Renato Turi, voce radiofonica molto popolare negli anni cinquanta e sessanta (nel film Totò diabolicus del 1962 nel ruolo del monsignore), ma soprattutto da Carlo Croccolo, l’unico doppiatore autorizzato dall’attore e insieme al quale, nel 1964, scrisse la sceneggiatura per un film, Fidanzamento all’italiana, che non fu mai realizzato per mancanza di finanziamenti.

Tra i doppiaggi di Croccolo applicati ai film con Totò si ricordano la voce della baronessa in Totò diabolicus e soprattutto, nel film I due marescialli la voce di Antonio Capurro (Totò) in una scena di esterni in una stazione e la voce prestata a Vittorio De Sica (il Maresciallo Vittorio Cotone) nella stessa scena, fatto probabilmente unico nel cinema italiano. Diventato un beniamino del pubblico infantile, gli fu dedicata anche una collana a fumetti, Totò a fumetti, pubblicata tra il 1952 e il 1953 in 12 numeri e 3 albi speciali dalle Edizioni Diana di Roma.

Franca Faldini, in un fotogramma di Totò e le donne (1952)

Franca Faldini, in un fotogramma di Totò e le donne (1952)

Proprio quando le cose a livello lavorativo sembravano andare per il meglio, alcune nubi oscurarono una vita familiare che l’attore, schivo, timido e riservato (esattamente il contrario di come lo si vedeva sul set o in palcoscenico) desiderava fosse serena e tranquilla. La moglie Diana, da cui in precedenza si era separato legalmente ma che continuava a vivere sotto il suo stesso tetto solo come “madre di sua figlia” (si erano separati nel 1939 in Ungheria), durante un ricevimento conobbe un avvocato, che poi sposò. La stessa figlia, poco tempo dopo, volle sposare contro la volontà paterna Gianni Buffardi (figliastro del regista Carlo Ludovico Bragaglia), un uomo da cui avrebbe divorziato alcuni anni dopo. Nel 1951 Totò rimase dunque solo, e si gettò a capofitto nel lavoro interpretando film prodotti da Carlo Ponti e Dino De Laurentiis, i quali grazie ai guadagni delle sue pellicole avevano potuto allestire una loro società; in questo periodo Totò corteggiava insistentemente un’attrice dal grande fascino, Silvana Pampanini, che però lo respinse.

Nel febbraio 1952 conobbe Franca Faldini, una giovanissima aspirante attrice romana nata nel 1931, che era appena rientrata da Hollywood dove era stata, fra l’altro, ospite dell’amico Errol Flynn.

La loro storia d’amore non fu frutto di un colpo di fulmine, ma si trattò di un progressivo avvicinamento fra persone caratterialmente molto diverse. A separarli, tra l’altro, una differenza d’età di trentatré anni. Proprio per la riservatezza e il pudore di entrambi, il presunto matrimonio realizzato segretamente all’estero (si scrisse in Svizzera nel 1954) in realtà non avvenne mai, secondo ciò che la stessa Franca Faldini tenne a precisare. Totò, a tal proposito, spiegò in una lettera:

Perché ho il senso della misura, il senso del ridicolo, Franca è molto più giovane di me, e io non avrei mai sopportato i soliti maligni commenti del prossimo, l’attore Totò deve fare ridere, ma l’uomo Totò, anzi il Principe De Curtis mai, il Principe De Curtis – lo sappiamo – è una persona seria.

Poco tempo dopo i due andarono a vivere insieme in un appartamento in via dei Monti Parioli a Roma, e la Faldini gli starà poi accanto per tutta la vita. Dalla relazione nacque un figlio nel 1954, Massenzio, che però, prematuro, visse solo poche ore, mentre la madre rischiò la vita a causa di una nefropatia gravidica da albumina. Dopo la morte del bambino tanto agognato, Totò rimase in casa per molti giorni: la perdita di quel figlio maschio, che avrebbe potuto portare il suo cognome, lo aveva profondamente prostrato, ma l’amore per Franca, pallida e smagrita per la malattia, gli diede la forza di continuare a vivere e a lavorare. Totò e la Faldini, così diversi – sia di carattere sia di mentalità – ebbero molti scontri, probabilmente dovuti anche alla differenza di età. Furono anche sul punto di separarsi; continuarono tuttavia a vivere insieme fino alla morte dell’artista.

Critiche ed esperimenti

Una scena di Totò a colori, il primo film italiano a colori

Una scena di Totò a colori, il primo film italiano a colori

Negli anni cinquanta e nei primi anni sessanta Totò era spesso osteggiato da una critica che non apprezzava la sua grande verve comica e scoppiettante, e che gli negò sino alla fine il riconoscimento di un grande spessore artistico, con commenti che letti oggi possono apparirci eccessivamente censori e severi. Valgono da esempio alcuni brani di articoli dell’epoca:

« È veramente doloroso constatare come la comicità di certi film italiani sia ancora legata a sorpassati schemi appartenuti al più infimo teatro di avanspettacolo […] e Totò sfoggia come al solito i tipici atteggiamenti di quella comicità così banale. »
(A proposito de Il medico dei pazzi, su La Voce Repubblicana, Roma, 14 novembre 1954)
« È proprio vero, con Totò e Peppino si ride sempre, ma il soggetto è proprio questione di avanspettacolo, se il regista e gli sceneggiatori si sforzassero le loro meningi, per tirare fuori una storia decente, con Totò e Peppino si potrebbero vedere dei film godibilissimi, e invece… »
(A proposito di Totò, Peppino e… la malafemmina)
« […] Gli spettatori non sono fortunati, siamo giusti, costretti a ingerire prodotti così squallidamente raffazzonati, così privi di spirito e d’ogni luce d’intelletto umano. »
(A proposito di Totò, Eva e il pennello proibito, su L’Unità, Milano, 15 febbraio 1959)
I soliti ignoti (1958)

I soliti ignoti (1958)

Totò cercò tuttavia in vari modi, durante la sua carriera, di farsi benvolere dalla critica cinematografica. Tentò la strada neorealista con Guardie e ladri (film che ebbe un enorme successo di pubblico e critica, e che gli valse un Nastro d’argento), in compagnia di Aldo Fabrizi, e Totò e Carolina (soggetto di Ennio Flaiano); quest’ultimo girato nel 1953 e massacrato dai tagli censorii, uscì nelle sale gravemente manomesso solo nel febbraio 1955. Recitò anche su soggetti pirandelliani, come La patente (episodio del film Questa è la vita) di Luigi Zampa e L’uomo, la bestia e la virtù di Steno; tentò anche di produrre da solo i suoi film nel 1955 ma rinunciò dopo i malinconici Destinazione Piovarolo e Il coraggio, entrambi diretti da Domenico Paolella.

Si rifugiò quindi nelle predilette farse di Scarpetta, di ambiente napoletano ma tratte da pochade francesi di fine Ottocento, nella trilogia diretta da Mattòli Un turco napoletano (sulla bramosia di donne, quindi sul sesso), Miseria e nobiltà (sulla voglia di cibo, quindi sulla fame) e Il medico dei pazzi (sulla sanità mentale): questa si può dunque considerare una ideale trilogia dei bisogni primari tipici della maschera di Pulcinella, qui incarnata dal voluttuoso Felice Sciosciammocca.

Nel 1958 prese parte al film I soliti ignoti di Mario Monicelli, accanto a Gassman e Mastroianni, in quello che viene visto come una sorta di “passaggio di consegne” tra la comicità teatrale di Totò e il nuovo, allora nascente, filone della commedia all’italiana.

Totò e Mario Monicelli

Totò e Mario Monicelli

Totò si prestò anche a esperimenti di cinema, come il già citato Totò a colori, uno dei primi film italiani girato a colori col sistema Ferraniacolor, e Il più comico spettacolo del mondo, primo e unico film italiano tridimensionale, manomesso quasi subito dopo la sua uscita e sostituito con la versione normale bidimensionale. In queste pellicole la quantità di luce necessaria era talmente grande che nessuno osava guardare direttamente le lampade ad arco per paura di danni alla retina; durante una scena di Totò a colori l’attore fuggì dal teatro di posa con la parrucca bruciacchiata e fumante. Qualcuno ipotizzò che proprio quelle luci troppo forti gli avessero provocato il primo danno alla vista.

La malattia agli occhi

Totò insieme a Giacomo Furia e Peppino De Filippo ne La banda degli onesti

Totò insieme a Giacomo Furia e Peppino De Filippo ne La banda degli onesti

Nel 1956 Totò fece la sua ultima rivista teatrale; in quello spettacolo si ammalerà definitivamente e il danno alla vista non lo abbandonerà più.

La rivista che si chiamava A prescindere era stata scritta da Nelli e Mangini e organizzata da Remigio Paone. Debuttò a Roma il 1º dicembre 1956; dopo due mesi trascorsi nella capitale, si trasferì a Milano; lì Totò si ammalò di broncopolmonite, poi si trasferì a Genova, dove iniziò a soffrire di disturbi alla vista; a Firenze le condizioni peggiorarono, ma a Palermo il 4 maggio 1957, ebbe un “crollo”.

Totò, colpito da una grave forma di corioretinite emorragica essudativa a carattere virale (forse conseguenza della polmonite mal curata), perse completamente la vista nella parte centrale della retina dell’occhio destro (vedeva soltanto sui lati degli occhi, come un vetro appannato). Inoltre, circa venti anni prima aveva già perso l’altro occhio per un distacco di retina operato male: Totò si ritrovò di fatto quasi cieco.

A causa di ciò fu costretto a interrompere la rivista (l’impresario Remigio Paone, non credendogli, richiese addirittura una visita fiscale) e a rimanere immobile per circa sette mesi in casa, proprio quando l’anno precedente aveva ottenuto un irripetibile successo con alcuni film memorabili diretti da Camillo Mastrocinque e interpretati in coppia con Peppino De Filippo (tra questi, sicuramente da ricordare La banda degli onesti, Totò, Peppino e la… malafemmina o Totò, Peppino e i fuorilegge, tutti del 1956).

Grazie alle cure dei medici, la vista migliorò ma non in modo soddisfacente. Totò, da questo momento in poi, fu costretto a indossare sempre un pesante paio di occhiali scuri, che toglieva solo per le riprese dei film.

Il malinconico rientro

Con Totò forse abbiamo sbagliato tutto! Lui era un genio, non solo un grandissimo attore. E noi lo abbiamo ridotto, contenuto, obbligato a trasformarsi in un uomo comune tarpandogli le ali.

(Mario Monicelli in un’intervista su Totò dopo la sua morte)

Totò con Fernandel nel film La legge è legge (1958)

Totò con Fernandel nel film La legge è legge (1958)

Costretto a lavorare senza sosta, con la malattia agli occhi che peggiorava sempre più (subì due distacchi di retina, durante la lavorazione di La legge è legge con Fernandel e de La cambiale), l’attore si trovò ad accettare qualsiasi copione, anche di infimo livello. I produttori tuttavia non si fidavano più a lasciarlo solo e gli affiancavano partner in molti casi gradevoli e di livello come Agostino Salvietti, Erminio Macario, Ugo Tognazzi e un grande Nino Taranto, oltre al prediletto Peppino De Filippo; spesso infarcendo i suoi film di melense storie d’amore parallele. Infine lo utilizzavano come veicolo di lancio per cantanti come Johnny Dorelli, Fred Buscaglione, Rita Pavone e Adriano Celentano, di meteore come Pablito Calvo interprete di Marcellino pane e vino. Gli intellettuali, che negli anni trenta stravedevano per lui, adesso non lo consideravano quasi più, tranne qualche sortita sporadica di Aldo Palazzeschi, Giuseppe Marotta e Mario Soldati.

Così nel tempo libero Totò componeva canzoni (la più celebre è Malafemmena, composta nel 1951 e dedicata alla moglie Diana Bandini, nota in tutto il mondo ed eseguita in un gran numero di versioni), e poesie (tra cui la famosa ‘A Livella, sulla morte che annulla le differenze sociali delle persone). Come autore di canzoni partecipò anche al Festival di Sanremo 1954 con il brano Con te! classificandosi al nono posto nella graduatoria finale.

Inoltre leggeva i romanzi gialli di Georges Simenon dei quali era un grande appassionato (si entusiasmò vedendo il Maigret superbamente reso da Gino Cervi nella prima serie di telefilm del 1964-1965) e dava prova della sua generosità aiutando i più bisognosi, e inoltre curando e assistendo, in un canile fuori Roma fatto costruire da lui stesso, ben 220 cani randagi. Tra l’altro, una delle rare apparizioni televisive di Totò e Franca Faldini si ebbe nella trasmissione Controfagotto, condotta per la RAI da Ugo Gregoretti nel 1960, nell’ambito di una visita a questo canile.

Nello stesso anno Totò stilò anche i suoi scritti, pubblicati in seguito come “Gli scritti di Totò”.

Una prima rivalutazione

La scena Vota Antonio ne Gli onorevoli

La scena Vota Antonio ne Gli onorevoli

Nel 1963 venne pubblicizzata una grande notizia: Totò interpretava il suo centesimo film, il primo interamente drammatico, Il comandante, malinconica storia di un generale in pensione scritta da Rodolfo Sonego (sceneggiatore di fiducia di Alberto Sordi) e diretta da Paolo Heusch, regista romano di documentari conosciuto dagli appassionati per aver girato nel 1958 il primo film di fantascienza italiano, La morte viene dallo spazio, che Totò aveva provveduto immediatamente a trasformare in parodia, Totò nella luna. In realtà si trattava dell’ottantaseiesimo film.

Lello Bersani intervistò Totò nella rubrica televisiva Tv7 (mentre il precedente approccio di Totò sul piccolo schermo era stato disastroso: ospite d’onore in una puntata del Musichiere di Mario Riva nel 1958, il comico si fece scappare incautamente un Viva Lauro!, leader del Partito Monarchico, che gli costò una sospensione); Oriana Fallaci e Maurizio Costanzo lo intervistarono per i maggiori periodici italiani del tempo.

Ma il film di Heusch non ebbe alcun successo, rivelandosi un disastro al botteghino nonostante il grande impegno profuso. Totò fu dunque costretto a rientrare nei ranghi, recitando curiose rivisitazioni di film mitologici diretti da Fernando Cerchio (tra cui Totò contro Maciste, Totò e Cleopatra e Totò contro il pirata nero); esplorò il filone notturno-sexy insieme a Erminio Macario nel dittico Totò di notte n. 1 e Totò sexy, senz’altro il punto più basso della sua carriera, il secondo addirittura assemblato con gli scarti di lavorazione del precedente.

Totò - Pidgeon, I due colonnelli

Totò e Pidgeon ne I due colonnelli

Recitò accanto al grande attore hollywoodiano Walter Pidgeon nel film I due colonnelli, diretto da Steno; infine scoprì un potenziale di sadismo nella maschera e nel personaggio, rimasto fino ad allora poco esplorato (si pensi al balletto nella taverna di Algeri, tutto a spese della ballerina, in Totò le Mokò di Bragaglia), con i “nerissimi” Totò diabolicus di Steno, nel quale recita ben sei personaggi diversi in una parodia del genere horror, e soprattutto con Che fine ha fatto Totò Baby?, diretto da Paolo Heusch ma firmato dallo sceneggiatore Ottavio Alessi per ragioni di distribuzione. Qui la cattiveria del personaggio di Totò raggiunge il limite estremo in un film all’epoca rifiutato dal pubblico, ma oggi ampiamente rivalutato.

Fellini, Lattuada, Pasolini

Totò non poteva fare che Totò, come Pulcinella, che non poteva essere che Pulcinella. Il risultato di secoli di fame, di miseria, di malattie, il risultato perfetto di una lunghissima sedimentazione, una sorta di straordinaria secrezione diamantifera, una splendida stalattite, questo era Totò. Non mi sono mai venute in mente storie che richiedessero la presenza di Totò, perché Totò non aveva bisogno di storie. Che valore poteva avere una storia per un personaggio così, che le storie ce le aveva già tutte scritte sulla faccia? (Federico Fellini in un’intervista)

Totò sul set di Uccellacci e Uccellini

Totò sul set di Uccellacci e Uccellini

Proprio quasi fuori tempo massimo, quando il grande comico pensava di avere sprecato il suo talento in filmetti dozzinali, arrivarono le proposte di grandi cineasti per le quali il Principe riservò entusiasmo e perplessità. Federico Fellini lo volle per il suo progetto ambizioso e mai realizzato, Il Viaggio di G. Mastorna, interrotto per la grave malattia del maestro riminese; Alberto Lattuada nel 1965 gli affidò il ruolo del frate Timoteo nella versione di un grande testo teatrale di Niccolò Machiavelli, La mandragola: qui le scene della persuasione di Madonna Lucrezia e il dialogo con i teschi nella cripta, considerate tra le migliori della sua arte, vennero girate in condizioni impossibili e in clandestinità dentro un convento di Urbino.

La critica lo lodò compatta e a quel punto Totò capì di essere stato male utilizzato, lasciandosi andare a reminiscenze malinconiche e vagheggiando ancora i due grandi progetti ai quali teneva tantissimo: la trasposizione di un don Chisciotte della Mancia e un film da girare interamente muto.

Lattuada lo voleva anche come interprete di un film tratto da una novella di Pirandello, La cattura, ma questo progetto si arenò perché Totò incontrò sulla sua strada uno dei più lucidi scrittori e intellettuali del Novecento, Pier Paolo Pasolini, il quale lo spogliò di tutta la sua aggressività e cattiveria, per farne un sottoproletario innocente in un film sulla crisi del marxismo dopo la morte di Palmiro Togliatti, Uccellacci e uccellini; si ricordino le stupende sequenze dei tentativi di evangelizzazione dei falchi e dei passerotti, uno dei massimi punti del suo talento.

Per questa grande interpretazione, realizzata da Totò ormai quasi cieco, vinse nel 1966 una Palma d’oro speciale al Festival di Cannes e un Nastro d’argento come miglior attore dell’anno. Con Pasolini fece in tempo a girare altri due cortometraggi tra la fine del 1966 e l’inizio del 1967, il più riuscito La Terra vista dalla Luna e l’emozionante e poetico Che cosa sono le nuvole? il suo autentico testamento artistico, nel quale interpreta la marionetta di Jago nella recita shakespeariana in un teatro di marionette che, dopo aver convinto Otello (Ninetto Davoli) a uccidere Desdemona (Laura Betti) viene distrutta dal pubblico e mandata al macero in una discarica, dove, prima di morire, si accorge di quella grande bellezza del creato che sono le nuvole. Questa degnissima conclusione della carriera cinematografica ebbe però un’appendice deludente col piccolo schermo.

Le delusioni televisive

Totò con Mina a Studio Uno

Totò con Mina a Studio Uno

Dopo il forzato addio per l’incidente nella trasmissione Il Musichiere e l’intervista di Lello Bersani, Totò rientrò sul piccolo schermo nel 1965 in un varietà del sabato sera, Studio Uno, scritto da Castellano e Pipolo, accanto a Mina. Partecipò a due trasmissioni: nella prima cantando in duo una sua canzone, nella seconda proponendo un vecchio sketch con Mario Castellani. Ma provocò sconcerto il fatto che la censura televisiva tagliasse una battuta che ironizzava sugli onorevoli.

Allora Totò propose un’idea accarezzata da tempo: una storia della comicità teatrale attraverso ricostruzioni di battute di ogni tempo, con una introduzione per dimostrare come si rideva in una determinata epoca, a confronto con battute più fresche e moderne. Se fosse stata realizzata e conservata sarebbe oggi un documento impressionante di dimostrazione comica: Totò, insieme al fidato Castellani, impiegò diversi mesi per ricostruire e ricercare vecchi copioni brillanti, ma i produttori alla fine decisero di proporre e realizzare una serie di nove telefilm a cura di Daniele D’Anza, girati alla meglio e in gran fretta; cinque episodi autoconclusivi in cui Totò è protagonista assoluto, e altri quattro nei quali il principe è costretto a dividere la scena con le mode del momento (il bravissimo Ubaldo Lay, popolarissimo in quel periodo come il Tenente Sheridan) e con i cantanti e complessi musicali più in voga.

Una disgraziata operazione nella quale intervenne un’implacabile censura televisiva, che richiese di rigirare interamente un episodio, Il tuttofare, e modificarne parecchi altri.

Daniele D’Anza venne intanto chiamato a girare uno sceneggiato, presumibilmente Abramo Lincoln e la direzione passò dapprima a Bruno Corbucci (fratello di Sergio) e in seguito a Sandro Bolchi, i quali non finiranno in tempo il lavoro; il 12 aprile 1967 si girò lo sketch del contrabbasso del telefilm Totò Ye Ye. Tre giorni più tardi l’attore morì lasciando incompleta la serie.

Tra il 1957 e il 1967, l’attore comico visitò spesso Lugano, prendendo in affitto un appartamento con vista sul golfo del Ceresio in Riva Caccia (nei pressi del quartiere di Loreto dove vive Mina Mazzini), dove poté godersi in relativa tranquillità, lontano dai riflettori, l’amenità del clima e l’efficienza dei servizi.

Gli ultimi lavori

Totò con Nino Manfredi nel film Operazione San Gennaro

Totò con Nino Manfredi nel film Operazione San Gennaro

Gli ultimi giorni di vita di Totò furono densi, quasi sovraccarichi di lavoro. Nonostante la malattia l’attore continuava ancora a fumare una sessantina di sigarette al giorno e a bere una quindicina di tazze di caffè, la sua normale razione quotidiana. I progetti si accavallavano sempre di più: apparve anche in un ruolo da guest-star nel film di Dino Risi Operazione San Gennaro.

Ugo Gregoretti, regista graffiante e sarcastico famoso per Omicron e Il pollo ruspante (episodio del film collettivo Ro.Go.Pa.G.), che aveva già lavorato con lui nel 1964 in un episodio grottesco e riuscito del film Le belle famiglie, lo volle nella parte del giudice nello sceneggiato Il circolo Pickwick da Charles Dickens (lo sostituirà poi Tino Buazzelli). Gli fu anche proposta una parte ne I fratelli Cuccoli, tratto dal romanzo di Aldo Palazzeschi.

Totò in Che cosa sono le nuvole, episodio di Capriccio all'italiana (1967), la sua ultima pellicola

Totò in Che cosa sono le nuvole, episodio di Capriccio all’italiana (1967), la sua ultima pellicola

Il regista di caroselli pubblicitari Luciano Emmer, col quale aveva lavorato nell’autunno del 1966 in una serie di nove short per il dado da brodo Star (dei quali oggi, ne sopravvivono soltanto due) lo voleva in una parte nello sceneggiato televisivo Geminus (realizzato solo due anni più tardi); persino Luchino Visconti pensò a lui per il ruolo di Antonio Petito in un progetto di film sulla sua vita.

Totò progettava anche un rientro sul palcoscenico con Napoli notte e giorno di Raffaele Viviani, diretto da Giuseppe Patroni Griffi. Riuscì ad accordarsi col regista Giuliano Biagetti per il progetto di una seconda serie di caroselli pubblicitari, realizzati solo in parte e poi misteriosamente trafugati, come documentato da Marco Giusti nel suo studio sul più famoso contenitore pubblicitario italiano.

Venne invece chiamato da Nanni Loy per interpretare la parte dell’anarchico Romeo nel film Il padre di famiglia (lo sostituirà in seguito Ugo Tognazzi), e l’unica scena girata, il 13 aprile 1967, fu quella di un funerale. Nel film Totò compare comunque in mezzo la folla per pochi istanti.

La morte improvvisa

È morta l’ultima delle grandi maschere della commedia dell’arte.

(Nino Manfredi al telegiornale del 15 aprile 1967)

La tomba di Totò a Napoli

La tomba di Totò a Napoli

Totò morì nella sua casa dei Parioli alle 3:25 del mattino del 15 aprile 1967 all’età di 69 anni, stroncato da una serie improvvisa di tre infarti.

Le sue ultime parole furono, secondo Franca Faldini: “T’aggio voluto bene Franca, proprio assaje”, sebbene secondo la figlia Liliana disse: “Portatemi a Napoli: sono cattolico, apostolico e napoletano”. Eduardo De Filippo invece, con un commovente articolo, lo ricordò dalle pagine del Paese Sera.

La sua salma fu vegliata per due giorni da tutte le personalità della politica e dello spettacolo giunte a commemorarlo e a rimpiangerlo. La Faldini raccontò un episodio amaro: il sacerdote che venne nella casa dei Parioli in cui avevano vissuto insieme per 15 anni accettò di benedire la salma ancora calda di Totò soltanto se ella, vedova “biblica”, fosse uscita sul pianerottolo.

Il 17 aprile 1967 il feretro di Totò partì tra ali di folla per Napoli, sua città natale, dove si svolsero i funerali solenni di fronte a una folla traboccante, valutata in circa 200.000 persone, che lo accolsero fin dall’arrivo dell’auto al casello autostradale, poi il suono delle campane salutò per l’ultima volta Totò. Alcune persone furono colte da malore per lo spavento di vedere lì, in mezzo ai funerali, Totò vivo; l’uomo che tanto assomigliava al principe era in realtà l’attore Dino Valdi, per molti anni controfigura di Totò.

L’orazione funebre venne tenuta da Nino Taranto:

Amico mio, questo non è un monologo, ma un dialogo perché sono certo che mi senti e mi rispondi, la tua voce è nel mio cuore, nel cuore di questa Napoli, che è venuta a salutarti, a dirti grazie perché l’hai onorata. Perché non l’hai dimenticata mai, perché sei riuscito dal palcoscenico della tua vita a scrollarle di dosso quella cappa di malinconia che l’avvolge. Tu amico hai fatto sorridere la tua città, sei stato grande, le hai dato la gioia, la felicità, l’allegria di un’ora, di un giorno, tutte cose di cui Napoli ha tanto bisogno. I tuoi napoletani, il tuo pubblico è qui, ha voluto che il suo Totò facesse a Napoli l’ultimo “esaurito” della sua carriera, e tu, tu maestro del buonumore questa volta ci stai facendo piangere tutti. Addio Totò, addio amico mio, Napoli, questa tua Napoli affranta dal dolore vuole farti sapere che sei stato uno dei suoi figli migliori, e che non ti scorderà mai, addio amico mio, addio Totò.

Peppino De Filippo, impossibilitato a partecipare, inviò un telegramma da Salsomaggiore Terme. Totò fu sepolto a Napoli nella tomba di famiglia del Cimitero di Santa Maria del Pianto accanto ai genitori e all’amata Liliana Castagnola.

La figlia Liliana raccontò che un guappo del Rione Sanità, nel suo quartiere, volle fare una sorta di secondo funerale, da tenersi il 22 maggio, pochi giorni dopo il trigesimo; nonostante la bara fosse vuota, c’era la stessa folla acclamante e piangente di qualche giorno prima.

Franca Faldini, diventata giornalista pubblicista nel 1968, raccontò in uno scritto del 1977, Quindici anni con Antonio De Curtis, l’uomo umano (come lei lo definisce) che faceva capolino nella vita privata del grande artista.

Nel 1981 venne pubblicato anche Dedicate all’ammore, raccolta di poesie che Totò aveva scritto alla Faldini. Liliana De Curtis, unica figlia del comico, è tuttora attiva per mantenere vivo il ricordo del padre.

Il rilancio definitivo

 … Non importa, io seguiterò a combattere! Ho sempre combattuto per la patria e per la dinastia, io sono un combattivo, passerò alla storia, sono combattente!

(Totò nel film Gli onorevoli)

Totò, fino alla sua morte fu spesso sottovalutato, ignorato se non osteggiato dalla critica.

Totò con Eduardo

Totò con Eduardo

Poche furono le vere occasioni importanti che capitarono all’attore. Oltre alle parentesi pasoliniane verso la fine della carriera, altri importanti registi che diressero Totò furono: Eduardo De Filippo per Napoli milionaria, Vittorio De Sica per L’oro di Napoli, Mauro Bolognini per Arrangiatevi!, e Sergio Corbucci, forse l’ultimo regista brillante importante per il comico. Collaborò con quest’ultimo ad almeno due film da rivalutare ampiamente: I due marescialli e Gli onorevoli. Poi meritano citazione anche i meno riusciti: Yvonne la nuit di Giuseppe Amato (la prima parte drammatica proposta all’attore) e il frammentato Dov’è la libertà? di Roberto Rossellini, girato nel 1952 ma abbandonato quasi subito dall’autore; terminato da Lucio Fulci e da Federico Fellini per le scene del tribunale (e non da Mario Monicelli come più volte affermato) uscì nelle sale soltanto nel 1954.

Tuttavia circa cinque anni dopo la sua morte, nel 1971, prese il via un imprevisto e fulmineo revival con proiezioni in sordina nei cinema di periferia di alcuni film come Totò a colori o Miseria e nobiltà. In particolare, a Roma, il centralissimo Farnese di Campo dei Fiori e la Quirinetta nei pressi di Fontana di Trevi, dedicarono un mese intero di proiezioni di film di Totò.

Ma è grazie alla televisione privata che Totò ottenne il rilancio. Due registi dell’emittente privata napoletana Canale 21, nel 1976, recuperarono in archivio i film di Totò per mandarli in onda il giovedì sera, fino a passaggi televisivi sempre più massicci, per approdare al mercato dell’home video. Per non parlare degli spot pubblicitari, per finire con libri, dischi e gadget editoriali di ogni tipo. Totò è stato forse l’unico attore italiano ad aver conquistato la quinta generazione di pubblico.

La questione nobiliare

« Tengo molto al mio titolo nobiliare perché è una cosa che appartiene soltanto a me… A pensarci bene il mio vero titolo nobiliare è Totò. Con l’altezza Imperiale non ci ho fatto nemmeno un uovo al tegamino. Mentre con Totò ci mangio dall’età di vent’anni. Mi spiego? »
(Totò)
Totò insieme a Silvana Pampanini negli anni 50

Totò insieme a Silvana Pampanini negli anni 50

Dopo l’adozione nel 1933 da parte del marchese Francesco Maria Gagliardi Focas e il successivo riconoscimento, quattro anni più tardi, come figlio legittimo da parte del padre naturale (Giuseppe de Curtis), Totò intraprese lunghe e costosissime battaglie legali, portate avanti con caparbia determinazione, per il riconoscimento di nobiltà, anche grazie all’aiuto di esperti avvocati e araldisti. Totò riteneva di appartenere a un ramo molto decaduto dei nobili de Curtis, quello dei conti di Ferrazzano, sebbene tale discendenza non sia mai stata dimostrata. La sentenza del tribunale di Napoli del 1945 gli permetteva, di fatto, di confermare i titoli del genitore adottivo e di vantare una presunta discendenza dalla stirpe imperiale bizantina.

Il 16 marzo 1960 la Repubblica di San Marino riconobbe il titolo di conte con il predicato di Ferrazzano alla figlia di Totò, Liliana, con decreto presidenziale sammarinese. Lo stemma è d’oro a tre bande di azzurro, al capo dello stesso, con un crescente montante di argento, accompagnato da tre stelle di otto raggi d’oro, 1 e 2.

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